Fin da bambina sono stata una fonte di mistero e preoccupazione.
Ricordo che mio padre era sempre molto frustrato dal non comprendere la mia difficoltà nel fare amicizia coi miei coetanei.

Era frustrato perchè non comprendeva il motivo per cui preferissi stare chiusa in camera ad immaginare mondi ed universi, anzichè giocare con altre bambine alle quali non stavo simpatica, perchè facevo domande strane o affermavo cose incomprensibili, tipo “perchè io sono io e non sono te?”.

Che noia un’amichetta così.
Che mistero una figlia così.

Il rapporto con mio papà era difficile, mentre ora è tra chi mi capisce più di tutti.
Si è talmente sforzato negli anni, da aver trovato la chiave di lettura.
O forse ha semplicemente accettato una figlia che dietro un granello di sabbia, scorge la storia di un atomo ed il mistero che lo ha portato lì.

Mia madre, invece, sembrava quasi temere il senso del mio strano comportamento ed in effetti non ha sbagliato.
Sapeva di avere una figlia alla quale le solite spiegazioni tipo “perchè sì”, “si fa così”, non sarebbero bastate.
Il mio non capire alcune cose a scuola, non era un non capire dato da negligenza, ma dal fatto che non riuscivo a farmi bastare la memorizzazione o l’accettazione passiva di un concetto.
Io volevo SENTIRLO.
E non era sempre facile.

Sono cresciuta così, cercando un senso nelle cose che forse vedevo solo io, almeno nel luogo in cui vivevo, un paesotto sul Lago Maggiore che voleva “darsi un tono”, ma era chiuso nel suo rigore e provincialismo.
Forse non nascondevo la mia necessità di trovare risposte a domande che non potevo tacere.

Ero un’introversa tale, che un giorno, per disperazione, mia madre chiese al negozio di mutande sotto casa se avessero bisogno di un’aiutante.

Avevo sedici anni, ero abbastanza incapace di intrattenere relazioni di amicizia, senza che le amiche e gli amici mi ritenessero un peso sullo stomaco, con le mie riflessioni continue, l’andare oltre.

Ma nel negozio di mutande, tra adulte e tra persone che avevano l’abitudine dell’ascolto del cliente, sono stata benissimo.

Che belli quei mesi.

Frequentavo un ragazzo di sei anni più grande di me e a volte ero un mistero anche per lui, ma era una persona interessata al mio punto di vista.

Anche il mio dentista, che per via di un problema congenito vedevo una volta al mese, si intratteneva con me a chiacchierare e spesso mi diceva che era affascinato dalla mia mente brillante, che riusciva a vedere il mondo da una prospettiva nuova.

Era anche preoccupato dalla mia sensibilità.
Sapeva che faticavo a sentirmi accettata nel mondo e gli interventi che dovevo fare mi procuravano delle grandi paranoie. Non sono uscita di casa per un mese, dopo uno di questi.
Lui sapeva ed ha fatto di tutto per rimettermi in sesto e permettermi di sentirmi come tutti, almeno un po’.

Ho sempre avuto bisogno di essere me stessa.
Se ad un certo punto il mondo adulto mi stava capendo, però, qualcuno mi rimproverava questa cosa, questa necessità di essere diversa.
Non capendo che non volevo essere diversa. “Voglio essere solo me”.

E’ stato un tema della vita.


Anche dopo dodici anni di lavoro a tempo indeterminato, il giorno in cui mi sono licenziata per Amore del Suono, sono stata derisa.

Mi ricordo benissimo la mia ex-direttrice, davanti alle dimissioni. Mi chiese cosa avrei fatto, confermando la sua totale mancanza di attenzione e valorizzazione dei talenti dei suoi dipendenti.
Mi chiese se avrei iniziato a suonare per strada (ritenendo tra l’altro il busking un mestiere da pezzenti).
In quelle domande ed in quelle insinuazioni io vedevo la persona che non volevo essere, ma anche una persona in una difficoltà personale.
Che necessità si può avere a trattare così una dipendente che per dodici anni ha sinceramente amato la propria Azienda? Mistero.

Risposi alla sua domanda sorridendo: “Bagni di Gong e Insegnante di Canto”.

Lei rise. Mi rise in faccia,

Ma ero talmente abituata ad essere “quella strana” che le risposi “Vedrai, so che per orgoglio non verrai mai da me, ma prova questa esperienza quando puoi, ok?”.
Rise ancora. In realtà sono abbastanza sicura che non abbia nemmeno ascoltato la risposta, perchè si stava guardando intorno, cercando supporto alla sua risata. Lo trovò in parte, i suoi collaboratori non avevano capito che lavoro andassi a fare, ma per quanto potesse sembrare particolare, era un progetto al quale stavo lavorando da tempo e probabilmente meritava un minimo di rispetto.
Ma una risatina scappò anche a loro.
Forse per senso del dovere.

E così, chiusi la porta anche al dover essere dipendente.

Per essere finalmente me stessa al 100%, senza dover spiegare troppe cose.

La Partita Iva mi ha dato la libertà di essere la Professionista che desidero essere.

Mi permette di esprimere la mia multipotenzialità, che però, considerando il mio rigore, significa anche studiare all’infinito per SENTIRE ciò che propongo fino in fondo.

Mi ha dato il rispetto della mia famiglia e di una sorella che al giorno d’oggi è talmente vicina che tra poco dovrò anche definirla “collega”.

Mi ha permesso di conoscere amicizie nuove, di persone visionarie come me o più di me, con le quali sento finalmente di potermi interfacciare in totale libertà.

Sento anche che chi non è sulla mia linea d’onda comprende quanta dedizione metto nelle cose e per questo ho guadagnato molto rispetto e stima.

Ma la cosa più importante, è che ho acquisito le risorse per essere me e godermelo al 100%.

Questa è una storia che spero possa servire ogni volta che ti senti un pesce fuor d’acqua. Non lo sei. Sei semplicemente tu.
Serve anche a me, per tutte le volte che mi chiedo se forse dovrei decidere semplicemente di omologarmi, per il fine unico di sentirmi omologata.
Ripercorrere questo pezzetto della mia storia, mi ricorda che qualsiasi sia l’ostacolo, di fronte ad una forte motivazione soccombe.

Continuo, serena, ad essere ME.